Storia Zen due frecce del Buddha: come fermare la sofferenza interiore | Luca Gonzatto

🎧 Se lo desideri, puoi ascoltare questo articolo grazie a questo video (con meditazione guidata di 14 minuti) >

In questa diretta avevamo visto la storia del burro e del sasso:

un piccolo insegnamento zen che ci invita al discernimento, a riconoscere cosa è sotto il nostro controllo e cosa invece dobbiamo imparare a lasciare andare.

Oggi faremo un passo in più.

Ti porto una delle storie più potenti che il Buddha ci ha lasciato. Una storia semplice, ma capace di cambiare radicalmente il nostro rapporto con la sofferenza.

E no, non si parla di frecce della macchina, tranquillo

La parabola delle due frecce

Un giorno un giovane discepolo chiese al suo maestro:

«Perché alcuni, quando soffrono, sembrano stare peggio di altri?»

Il maestro sorrise:

«Immagina una persona colpita da una freccia. È doloroso, inevitabile. Ma se quella stessa persona si colpisce da sola con una seconda freccia, allora il dolore raddoppia.»

«E quale sarebbe la seconda freccia?» domandò il discepolo.

«È la freccia che scagliamo con la nostra mente» rispose il maestro.
«La rabbia per quello che è successo, la paura che possa succedere di nuovo, i pensieri che ruminano senza sosta. È il “perché proprio a me?”, è il “non dovrebbe essere così”.»

Il maestro continuò:

«Il dolore è la prima freccia: arriva e punge, e molte volte è inevitabile. La seconda freccia invece la creiamo noi, moltiplicando il dolore con le nostre reazioni, le nostre storie, le nostre resistenze. Così vivono gli uomini: alla ferita del corpo aggiungono quella della mente.

Chi coltiva la consapevolezza, invece, conosce una via diversa: accetta la prima freccia, ma non scocca la seconda. Sente il dolore, ma non vi aggiunge sofferenza.»

Dolore inevitabile, sofferenza opzionale

Questo insegnamento, per me, è di una potenza incredibile.

Perché ci ricorda una cosa che tendiamo a dimenticare, soprattutto quando stiamo male:

non è solo ciò che ci accade a farci soffrire, ma quello che aggiungiamo sopra.

Quante volte ti è capitato?

Un imprevisto al lavoro. Una parola che ti ferisce. Un contrattempo improvviso.
Quella è la prima freccia: inevitabile, reale, biologica.

Ma subito dopo parte la seconda: la mente che ricama mille storie.
“Non doveva andare così.”
“Capita sempre e solo a me.”
“Sono il solito incapace.”

E spesso, se ci guardiamo con onestà, la seconda freccia fa più male della prima

Cosa dice la neuroscienza

La filosofia buddhista aveva intuito qualcosa che oggi la neuroscienza conferma.

C’è una parte primitiva del nostro cervello che non distingue con chiarezza tra un evento reale e un pensiero ripetuto.
Così, quando ruminiano su uno scenario negativo già accaduto o su quello che potrebbe accadere, il nostro corpo reagisce come se fosse reale.

Il battito accelera.
Il respiro si fa corto.
Il cortisolo, l’ormone dello stress, sale.

Risultato?

Carichiamo il corpo di tensione. La tensione alimenta altri pensieri negativi. I pensieri diventano emozioni. Le emozioni diventano stati d’animo. Gli stati d’animo guidano le nostre scelte.

E così una singola freccia si trasforma in un intero arsenale

Una freccia che mi sono conficcato da solo

Ti racconto un episodio personale.

Anni fa, in un periodo molto stressante, mi è capitato di rispondere male a una persona importante. Io che di solito sono sempre diplomatico, stavolta ho sbagliato i toni.

E secondo voi quella persona è rimasta zitta?

Ovviamente no: è andata dal capo a lamentarsi. Risultato: rimprovero assicurato.

Ora, fin qui nulla di drammatico: era la prima volta, poteva anche finire lì.
Ma nella mia testa non è finita lì.

Per settimane, mesi, ho continuato a rivivere la scena. A rimproverarmi. A ingigantire tutto.

Ecco la seconda freccia.

Non era più il rimprovero del capo a farmi male, ma la mia mente che continuava a trafiggermi.

Dolore come funzione, non come bug

C’è anche un aspetto culturale interessante. In Occidente siamo convinti che non dovremmo mai soffrire.
Appena sentiamo dolore, cerchiamo subito la cura, il farmaco, il rimedio veloce.

Ma il dolore non è un bug: è una funzione.
Un segnale intelligente che ci dice: “Attenzione, qui c’è qualcosa da guardare”.

Il problema nasce quando, al dolore, aggiungiamo resistenza, giudizio, identità. Quando facciamo del dolore la nostra etichetta.

Il Buddha lo spiegava con i tre veleni: avversione, desiderio, ignoranza.

Un articolo recente del National riportava uno studio su persone soggette a emicrania cronica: grazie alla meditazione, hanno ridotto del 33% la percezione del dolore e del 43% la tensione emotiva legata alla sofferenza.

Un medico palliativista, William Miller, lo sintetizza così: “Dobbiamo fare amicizia con il dolore.”

Non significa amarlo o cercarlo. Significa riconoscerlo, ascoltarlo, respirarlo.
La prima freccia la sentiamo tutti. Ma possiamo scegliere se riempirci il corpo di cento altre frecce, o se attraversare quel dolore senza trasformarlo in un dramma infinito.

L’arte dell’equanimità

Ho imparato tanto guardando i miei genitori. Hanno vissuto difficoltà vere, ma non hanno mai permesso che le ferite diventassero la loro identità.

Camminavano a testa alta, con dignità. Senza saperlo, praticavano equanimità.

Equanimità non significa essere indifferenti o fare finta di nulla. Significa camminare con la stessa intensità nel dolore e nella gioia, riconoscendo che entrambi sono momentanei.

È accettare la prima freccia senza scagliarne cento altre.
È respirare il dolore, lasciarlo passare, senza alimentare la sofferenza

L’epifania: quante frecce partono da noi?

La consapevolezza è proprio questo: riconoscere la prima freccia e impedire che da lì parta un intero esercito di frecce mentali.

E, se guardiamo bene, a volte la seconda freccia può persino insegnarci qualcosa. Ci mostra dove siamo più fragili, dove ci attacchiamo di più. È un campanello che ci invita a tornare presenti.

E allora ti lascio con una domanda:
quante volte oggi hai sentito più la seconda freccia che la prima?

Prova a fermarti un istante, a respirare, e a osservare.
Quante frecce partono davvero da te?


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Una risposta

  1. Grazie mille. Non so scrivere così bene ma è quello che penso anch’io di “Chi si ferma si ritrova” e ho fatto una ottima figura a chi l’ho regalato.
    Avevo perso la pratica della meditazione ma Luca me l’ha fatta ritrovare con entusiasmo.
    Grazie ❤️🙏

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