Ritiro al buio (meditazione e digiuno): non ero pronto a quello che è successo | Luca Demian Gonzatto

Ritiro al buio (meditazione e digiuno): non ero pronto a quello che è successo | Luca Demian Gonzatto

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Qualche giorno fa ho vissuto una delle esperienze più particolari della mia vita…

un ritiro autogestito di tre giorni in oscurità completa, con digiuno ad acqua e meditazione.

Nessun centro specializzato, nessuna guida, solo io e il buio nella stanza dei miei genitori, sigillata con nastro adesivo nero.

In questo articolo ti racconto come mi sono preparato, cosa ho portato con me, le sfide, le conquiste, le realizzazioni e i punti di domanda.

E soprattutto il punto esatto in cui questa esperienza ha smesso di essere una follia affascinante ed è diventata uno specchio senza pietà.

Cos’è un ritiro nel buio totale e perché l’ho fatto

Immagina di aprire gli occhi e attorno a te non cambia nulla.

Lo stesso buio, le stesse angosce, gli stessi rumori mentali.

Richiudi gli occhi, li riapri e tutto è uguale, se non peggio, perché ti accorgi che non puoi soffocare quello che senti con il fare, con i diversi stimoli con i quali generalmente ci distraiamo.

La cosa più inquietante non era il buio fuori.

Era il fatto che, da lì in avanti, non avrei più potuto mentirmi con una maschera che avevo scambiato per identità.

Non lo racconto per eroismo, perché sono pure io in cammino.

Credo che i veri eroi siano persone che riescono a essere profondamente consapevoli in ogni momento della vita ordinaria, e che usano tutto questo per il benessere di tutti gli esseri, magari operando in silenzio, lontano dai riflettori.

Quello che posso dirti è che quest’esperienza ha smantellato molte delle certezze che credevo di avere, compresa la padronanza della mente.

Ma è stata estremamente potente… tanto che ancora, a distanza di giorni, sta lavorando.

Come è nata l’idea: un’intuizione durante la meditazione

Tutto è iniziato una notte, in un periodo particolarmente intenso sia a livello lavorativo che personale, in cui mi sembrava che tutta la solidità che avevo costruito si stesse sgretolando.

Sentivo che dentro di me, nonostante tutta la pratica meditativa e di consapevolezza, c’era ancora qualcosa che in sordina lavorava, condizionando le mie scelte, le mie paure, il mio modo di essere.

Mi sono reso conto in quel momento che esistono diversi tipi di caos mentale:

c’è un caos mentale più superficiale che possiamo raggirare facilmente, ma ce n’è uno sotterraneo nel quale è davvero difficile entrare.

Stavo meditando quando mi è arrivato una sorta di insight, un’intuizione che non sentivo come mia, come se mi fosse stata infilata nella testa. Sentivo che avrei dovuto immergermi nel buio totale per tre giorni. Non qualche ora. Non una pratica simbolica. Tre giorni interi.

Come se qualcuno avesse deciso di non lasciarmi vie di mezzo.

La cosa mi ha parecchio stupito perché di idee strane me ne vengono tante, ma questa era proprio folle.

Ed è buffo perché prima di quel momento non sapevo minimamente che esistessero queste pratiche.

Pochi giorni dopo, durante delle attività di volontariato in carcere, mi si è riaccesa la lampadina.

Ho cercato su internet e ho scoperto che pratiche simili esistono già da secoli nelle tradizioni tibetane così come in quelle sciamaniche…

momenti di profonda iniziazione, di visione profonda e lucida.

La preparazione: quando sigilli le finestre capisci che fa sul serio

Preso dall’entusiasmo

(perché sì, so essere molto ossessivo quando sento forte una cosa)

ho cercato luoghi in Italia dove farlo, ma non c’era nulla.

Così ho pensato di farlo a casa dei miei genitori, nella disperazione loro che ringrazio e ammiro tantissimo.

Mi sono attrezzato di nastro adesivo nero per tappare tutti gli spiragli e nelle vacanze di Pasqua 2026 mi sono immerso.

Non chiaramente con l’arroganza di resuscitare il terzo giorno come il buon Gesù… anche se una sorta di rinascita c’è stata.

La preparazione aveva già qualcosa di surreale.

Perché finché l’idea è nella testa è una suggestione.

Quando inizi a sigillare davvero le finestre, le fessure, gli spiragli, capisci che stai per toglierti il mondo di torno sul serio.

⚠️ Piccola avvertenza prima di continuare: NON cercare di imitare questa cosa se non hai una preparazione adeguata. Il rischio di uscire di testa è reale — e io stesso ho avuto più volte paura durante l’esperienza. Ciò che per qualcuno può essere una pratica, per qualcun altro può diventare una frattura.

Le aspettative: visioni, siddhi e la fame spiritualmente tamarra

Mi sono avvicinato a quest’esperienza con tantissima curiosità, entusiasmo e con l’aspettativa di avere qualche visione e, non lo nascondo, magari sviluppare qualche siddhi

quelle facoltà psichiche e spirituali che secondo le tradizioni indovediche si acquisiscono attraverso la pratica intensiva della meditazione.

Insomma, una parte di me era lì anche con quella fame un po’ ingenua, un po’ spiritualmente tamarra, di chi pensa:

magari succede qualcosa di straordinario.

E il punto è che qualcosa di bello è successo davvero. Solo che non aveva quasi nulla a che fare con quello che mi aspettavo.

Il mio scopo principale era fare chiarezza su di me, sulle mie scelte, sull’origine profonda di certi miei comportamenti, e riportare la mente a uno stato di calma totale.

Sono entrato con la domanda “vedrò e sperimenterò qualcosa?”

ma sono uscito con una domanda completamente diversa:

“Cosa rimane se lascio cadere tutta la menzogna che sostiene la mia esistenza?”

La domanda vera era: Se tolgo tutto, cosa resta davvero di me?

I tre pilastri del ritiro: oscurità, digiuno e meditazione

I pilastri di questo ritiro al buio sono stati tre:

1. L’oscurità totale, dalla quale prende il nome l’intera pratica.

2. Il digiuno ad acqua, che pratico regolarmente ogni anno da oltre 10 anni.

3. La meditazione, quella semplice, classica che faccio tutti i giorni, parte del metodo di cui parlo nel mio libro, alla quale ho associato in alcuni brevi momenti, quando sentivo di crollare, alcune pratiche derivanti da altre tradizioni:

la ricapitolazione della tradizione Maya Tolteca, mantra e tecniche di respirazione apprese al Filo d’Oro, l’etichettatura dalla tradizione buddhista

Dentro il buio: l’altalena tra disperazione ed estasi

Com’è andata?

È stata un’altalena continua.

Nel complesso l’esperienza è stata intensa perché ci sono stati punti di disperazione e di sfinimento importanti alternati a picchi di estasi che raramente ho sperimentato nella vita.

Ed è proprio questo che mi ha spiazzato…

non il fatto che fosse dura. Ma il fatto che fosse così imprevedibile.

Potevi precipitare e pochi minuti dopo sentirti in uno stato di calma assoluta e poi riprecipitare.

Quello che mi ha colpito è stato il senso di disorientamento.

Al di là delle testate che mi sono preso sbattendo contro i vari oggetti, sentivo il corpo ma non lo vedevo.

Avevo idea del tempo ma non sapevo l’ora, e quindi non sapevo quando erano le due di notte, le quattro, le sei.

Quando perdi i riferimenti più stupidi, più banali, più quotidiani, ti accorgi di quanto la tua stabilità psicologica sia appesa a cose che dai per scontate.

Luce. Forma. Orario. Spazio. Coordinate minime per ricordarti chi sei.

La scimmia impazzita: cosa succede alla mente senza stimoli visivi

La cosa più tosta è stata la mente. La mia scimmia impazzita mentale drogata di caffeina era costantemente presente, sempre, 24 ore su 24.

Credevo di avere una certa dimestichezza con la mente, ma mi sono accorto che nell’oscurità, togliendo tutti gli stimoli anche visivi, tutto si amplifica.

Perché sembra assurdo ma l’ho vissuto chiaramente: anche la semplice vista di una matita ti distrae da quello che hai in testa.

E lì ho capito una cosa abbastanza umiliante:

spesso non siamo quieti. Siamo solo distratti bene.

È stato allucinante: arrivavano ricordi che non sapevo di avere e ci dovevo sbattere contro.

Mi arrivavano idee belle, importanti, e non potevo appuntarle… ne ho avute tante per il nuovo libro ma molte sono scivolate via.

Poi arrivavano cose lasciate in sospeso che avevo completamente dimenticato, e non le potevo chiudere. E insieme a tutto questo iniziavo a vedere luci, immagini, senza sapere se erano vere o effetti ottici derivanti dall’assenza prolungata di luce o dalla sovraproduzione di melatonina.

Eravamo solo io e la mia mente.

Il momento della svolta: quando ho smesso di resistere

C’erano momenti in cui mi è piombato addosso di tutto.

Un senso di solitudine che non ho mai provato, e insieme ad essa un senso di impotenza e di perdita di speranza abissale. La tentazione di aprire la porta per inondarmi di luce e interrompere quel casino mentale è stata fortissima, soprattutto nel terzo giorno.

Ma è stato proprio quando ho accolto quella situazione

quando ho smesso di controllare il processo, di capire cosa stava accadendo, di idealizzare quello che stavo vivendo

e mi sono aperto completamente e senza riserve a quel buio, che è cambiato qualcosa.

Perché fino a lì, anche nel tentativo di comprendere, c’era ancora una forma sottile di resistenza. Ancora qualcuno dentro di me che voleva gestire, nominare, orientare, dominare.

E invece no. Lì non funzionava. Lì o mollavi… o continuavi a soffrire.

Ed è lì che in me ho sentito risuonare delle parole molto antiche:

IO SONO.

IO SONO,

io sono a prescindere da quello che credo di me, a prescindere da dove sono, dalla malattia, dalla morte, dalla gioia, dall’estasi. Io Sono.

La cosa sconvolgente è che non l’ho pensato. L’ho sentito.

Che è molto diverso.

Perché un conto è formulare una frase.

Un altro è essere attraversato da qualcosa che ti prende da dentro e ti ferma completamente.

Lì si è aperto uno spiraglio. E a livello fisico ho avuto delle scosse davvero intense, profonde. Sai cos’è un orgasmo?

Ecco, moltiplicalo di dieci volte.

Ed è lì che mi sono accorto che sì, la luce ti mostra il mondo visibile, ma è l’oscurità a rivelare la tua mente, il mondo interiore.

Perché quando le distrazioni finiscono, che cosa resta?

Il ruolo della meditazione: la differenza tra mollare e restare

Se non avessi avuto la pratica della consapevolezza e della meditazione, seppur semplice, credo sarei impazzito.

Perché in certi passaggi la differenza tra mollare tutto e restare nell’inquietudine stava tutta in pochi atti semplicissimi:

respirare, sentire il corpo, nominare, lasciare andare.

Nell’atto di fermarmi e di portare tutto me stesso nella consapevolezza del corpo, del respiro, e poi mollare, lasciar essere ogni cosa, qualcosa si è sbloccato.

E la cosa assurda è che quello sblocco non è arrivato quando volevo stare meglio. È arrivato quando ho smesso di trattare il buio come un nemico.

Se non avessi avuto la pratica della consapevolezza e della meditazione, seppur semplice, credo sarei impazzito.

Perché in certi passaggi la differenza tra mollare tutto e restare nell’inquietudine stava tutta in pochi atti semplicissimi: respirare, sentire il corpo, nominare, lasciare andare.

Nell’atto di fermarmi e di portare tutto me stesso nella consapevolezza del corpo, del respiro, e poi mollare, lasciar essere ogni cosa, qualcosa si è sbloccato.

E la cosa assurda è che quello sblocco non è arrivato quando volevo stare meglio. È arrivato quando ho smesso di trattare il buio come un nemico.

Ho iniziato a riconoscere davvero, e non solo a parole, che pensieri, emozioni e immagini erano transitori. Dar loro un nome, appiccicarci un’etichetta e lasciarla andare è stata un’acquisizione di potere enorme che raramente ho sperimentato.

Questo mi ha portato a vedere chiaramente gli schemi ciclici che si ripetono costantemente in diverse salse e che mi condizionano profondamente. È stato un processo di familiarizzazione profonda.

E se ci ripenso è pazzesco, perché quando ho iniziato seriamente a meditare partendo da tre minuti, come racconto nel libro Chi Si Ferma Si Ritrova,

non mi sarei mai e poi mai aspettato di arrivare ad affrontare un’esperienza simile.

Ed è bello anche per questo: perché certe soglie non le superi per eroismo o con le grandi imprese. Le superi un minuto alla volta, un respiro alla volta, un giorno normalissimo dopo l’altro.

Di ritiri ne ho fatti molti, anche intensi e molto belli, ma questo ritiro, anche se improvvisato, è stato uno schiaffo e al contempo una carezza.

I doni del buio: cosa mi ha regalato quest’esperienza

I doni di questo viaggio sono stati incredibili.

Tra quelli condivisibili per ora, il primo che ho sentito chiaramente il giorno dopo il ritiro, non tanto durante ma nel dopo, è stato uno stato di rilassamento completo del corpo e della mente. È stato come se avessi fatto un reset del sistema nervoso così grande da passare da un carico di 150 chili a un carico di cinque.

Il secondo dono è stato la presa di consapevolezza totale che la calma della mente non è l’assenza di pensieri e di emozioni, ma il saperli attraversare rimanendone indenni. Uno spirito equanime che ti porta a lasciare che la quiete mentale arrivi da sola, nel suo giusto tempo.

E lì, senza neanche volerlo o premeditarlo, è arrivato un altro dono: la consapevolezza del secondo nome.

Demian: il nome che era già lì

Un nome che non è anagrafico, ma che in adolescenza mi aveva conquistato leggendo un libro di Hermann Hesse.

E pensa che lo usavo, quindici anni fa, nelle prime lettere d’amore con Laura. Quasi come se una parte di me lo conoscesse già, molto prima che io fossi pronto a riconoscerlo davvero.

Questo secondo nome è Demian.

Prima di realizzarlo completamente non conoscevo il suo significato, ma poi ho scoperto che ha delle sfumature che senza volerlo racchiudono parte del mio essere, dell’intento profondo che mi muove…

la promessa di non dimenticare che il mondo invisibile esiste, che il mondo del mistero e della magia ci accompagnano anche se non ne siamo consapevoli.

Ma anche l’intento assai difficile, al quale non sono sicuramente arrivato, di tentare di disciplinare la mente più superficiale per poterla raffinare, proprio come una pietra grezza che diventa un diamante, e usare tutto questo non tanto per me, ma per il beneficio di tutti gli esseri.

Questo intento di servizio e di cura per gli animali e gli umani ha sempre guidato la mia vita.

Per me Demian rappresenta anche l’eresia più pura di chi sceglie sé stesso indipendentemente da quello che accade all’esterno, anche se questo significa ribellarsi a delle convenzioni sociali e culturali.

E forse è proprio questo il dono più sottile del ritiro: non mi ha dato un’identità nuova. Mi ha invitato a vedere e riconoscere una direzione che era già lì, e che io stesso continuo a boicottare.

Uscire dal buio: quando il vero ritiro inizia davvero

Non è cambiato niente ma è anche cambiato tutto. Che è una frase che sembra poetica, finché non la vivi davvero. Perché fuori il mondo era identico, ma il modo in cui ci rientravo dentro no.

È stato bellissimo e non lo dimenticherò mai quando i miei genitori, alla fine del terzo giorno, sono venuti a bussare per prendermi e accompagnarmi fuori.

Ricordo che in quel momento, dopo aver detto “finalmente”, mi sono inginocchiato e ho ringraziato con tutto me stesso.

Quando ho tolto la mascherina non riuscivo a tenere gli occhi aperti e la mia vista ci ha messo quasi dodici ore a riabituarsi. Era come se il mondo fosse completamente rallentato.

Ed è stato proprio nel mondo reale che ho sentito la mente completamente diversa, infinitamente silenziosa.

Come se il vero ritiro non fosse finito nel momento in cui sono uscito, ma stesse iniziando proprio lì: nel portare quel profondo e stabile silenzio dentro la vita normale.

Ora sono consapevole che la vera sfida è non dimenticare tutto questo, non disperderlo nelle cose da fare, cercare di resistere alle distrazioni e alla fretta pur continuando a lavorare, essere presente e responsabile.

E l’aggiunta del nome Demian serve proprio a questo.

Perché per scalare una montagna il vero lavoro non è l’atto di arrivare in cima, ma tutto quello che fai prima per prepararti. E mi raccomando: non improvvisare, ascolta e rispetta il tuo corpo, la tua mente.

Chi si ferma si ritrova.

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2 risposte

  1. Ciao Luca, è impressionante il lavoro interiore che hai fatto, ed hai avuto molto coraggio. Ti ammiro molto per questo. Dove questa vita ci insegna a correre e ad inseguire vari stimoli esterni, tu hai imparato a rallentare, ascoltare e vedere con gli occhi interni. E’ proprio vero che la sfida più grande è imparare a conoscere e a restare con noi stessi e la nostra verità. Per quanto riguarda il nome, io durante un’effusione che ho fatto in chiesa sedici anni fa, oltre a delle parole che mi sono state dette del Divino, mi è stato anche detto che il mio vero nome e la sua spiegazione. Quì sto prendendo consapevolezza piano piano che noi siamo davvero tutti figli di un Dio che ci ha chiamati per nome, che ci ama e che ci conosce da sempre, e che tutti abbiamo un nostro compito e cammino da fare su questa terra, basta imparare, come hai scritto bene tu, a lasciare andare piano piano le nostre maschere e le nostre resistenze, per accogliere tutta questa magnificenza. Buon cammino e grazie!

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