Ci sono giorni in cui un bel “vaffanculo” (o almeno il suo elegante equivalente) è l’unica via percorribile.
Hai mai “mandato a quel paese” qualcuno con piena presenza e felicità nel farlo?
Magari anche godendo un pochino nel sentire quella piccola vocina diabolica, nascosta tra gli strati del vostro ego, che sussurra:
“Fallo.”
“Dai, fallo.”
“Dai, lasciati andare.”
Secondo me, questi momenti possono diventare terapeutici, a patto che siano fatti senza arrecare danno all’altra persona, con un’ intenzionalità pura e non punitiva.
Ci danno un senso di pienezza e integrità perché ci permettiamo di togliere la maschera e mostrare ciò che realmente sta accadendo dentro di noi.
È un dire: “Ok, ho perso la pazienza, e allora?” “Sono imperfetto, e allora?” “Non sono un santo, e allora?”
Riconnettersi con questa parte autentica e senza filtri ci “guarisce” e, a volte, può anche guarire l’altro, facendolo “ripigliare“.
A volte si tratta di rompere uno schema, di cogliere e cogliersi di sorpresa.
Molti grandi maestri ci insegnano che reprimere le emozioni può portare a stress e ansia accumulati.
Esprimere ciò che sentiamo, anche se in modo diretto e forse poco diplomatico, può essere una valvola di sfogo necessaria.
È come liberare una pentola a pressione: meglio far uscire un po’ di vapore che rischiare un’esplosione.
Il concetto di catarsi, introdotto da Aristotele e poi ripreso dalla psicologia moderna, si riferisce al processo di liberazione dalle emozioni represse.
Dire “vaffanculo” (o equivalente) può essere un atto catartico, che permette di rilasciare tensioni e frustrazioni accumulate. Quando queste emozioni trovano una via d’uscita, possiamo sentirci più leggeri e sereni.
Lo ripeto: è cruciale che l’atto di mandare a quel paese qualcuno sia fatto con consapevolezza e non come risposta automatica alla rabbia.
La consapevolezza ci permette di capire il contesto e le conseguenze delle nostre azioni, trasformando un possibile sfogo distruttivo in un momento di autenticità e crescita personale.
E quanto è liberatorio poi chiedere scusa se, anziché dalla consapevolezza, ci siamo lasciati pervadere dalla rabbia nel farlo?
Ci permette di destrutturare completamente l’ego, ammettere di aver esagerato, e imparare a coltivare rapporti autentici e sinceri.
Chiedere scusa non è un segno di debolezza, ma di forza interiore e maturità emotiva.
D’altronde, possiamo fare con le emozioni ciò che si fa con l’acqua: canalizzarle in modo costruttivo invece di permettere che ci travolgano.
La meditazione ci insegna a trascendere, a osservare le emozioni senza esserne sopraffatti. Un cambio di prospettiva importante è passare dall’“essere arrabbiati” al “sentire di provare rabbia”.
Come parlavo in questo articolo ispirato dal film Inside Out 2 può sembrare una differenza sottile, ma è fondamentale perché ci permette di non identificarci con l’emozione che stiamo provando e di ricordarci che noi non siamo quell’impeto di rabbia.
Questa distinzione ci consente di mantenere il controllo e di agire in modo più consapevole.
Quindi, la prossima volta che senti il bisogno di dire “vaffanculo” prova a fermarti un istante,
capire da dove arriva – quale parte di te è stata ferita o si sente minacciata – e da li procedi.
Ricordati che questo non è solo un atto di ribellione, ma un’opportunità per essere autentici, per guarire e, magari, per far sorridere quella piccola vocina diabolica dentro di voi che dice: “Dai, lasciati andare.”
In fondo, siamo umani.
Imperfetti, emotivi, a volte irascibili, ma anche capaci di grande consapevolezza e crescita.
E in questo viaggio, ogni tanto, un bel “vaffanculo” detto con cuore può essere proprio ciò di cui abbiamo bisogno per ritrovare la nostra serenità.
Quando è l’ultima volta che l’hai fatto? E come ti sei sentita, sentito dopo?


