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Si vis pacem, para bellum.
“Se vuoi la pace, prepara la guerra.”
Lo si sente dire in questi giorni ai tavoli del potere.
Ma stiamo davvero parlando di pace…
o è solo una forma di intimidazione?
Il solito gioco di chi ce l’ha più grosso?
(l’arsenale, ovviamente.)
Ecco, qualche giorno fa riflettevo proprio su questo:
la pace non è solo assenza di guerra.
Non basta – a mio avviso – che non esplodano bombe
per dire che un paese, o una persona, in pace.
È come la febbre:
non è la malattia,
è il sintomo.
Il modo in cui il corpo ti dice che qualcosa non va.
E certi segnali vanno ascoltati,
Non solo coperti, mascherati, ignorati.
Perché se li schiacci, prima o poi scoppiano.
E farci i conti, dopo, è molto più difficile.
Allo stesso modo, ogni guerra — tra Stati, tra popoli, tra esseri umani —
è, a mio avviso, un sintomo.
Un segnale che qualcosa, sotto, chiede di essere guarito.
Quindi la domanda non può essere soltanto:
“Come fermare la guerra?” (che è urgente, necessario, sacrosanto)
Ma anche:
“Qual è la ferita che la genera?”
Perché se curi solo il sintomo,
stai usando la stessa logica del conflitto:
quella che reprime, non guarisce.
Che divide, invece di comprendere.
Perché la pace non è solo un traguardo.
È una conseguenza.
È l’effetto naturale di menti libere:
dalla paura,
dall’ego,
dal bisogno di avere ragione.
E forse, come diceva il Dalai Lama,
se insegnassimo a ogni bambino a meditare,
la violenza scomparirebbe in una generazione.
È non è il meditare il punto ma l’imparare a vedere.
A sentire davvero cosa si muove dentro di noi.
E da quel punto di ascolto,
libero da ignoranza e avversione,
possiamo finalmente scegliere.
Con lucidità.
Con umanità.
Con consapevolezza.
Iniziamo da noi.
Perché ognuno può fare la differenza.
Perché sì…
chi si ferma, si ritrova.
-Luca Gonzatto


