Dipendenza da smartphone: come ho guadagnato 2 mesi di vita all’anno disintossicandomi dal cellulare | Luca Gonzatto

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Se qualcuno ti regalasse due mesi di tempo libero in più all’anno, tu cosa faresti?

Accetteresti questi due mesi oppure li rifiuteresti?

Io credo che li accetterei subito.

Anche se poi il problema diventerebbe un altro:

come utilizzeremmo davvero questo tempo?

Perché se poi va a finire che lo usiamo per guardare reel di gattini,
imbestialirci nei commenti
o scorrere contenuti senza senso…

allora che valore avrebbe davvero?

E infatti, se guardassimo con attenzione la domanda iniziale,
potremmo accorgerci di una cosa sorprendente.

Quei due mesi esistono già.

Sono già a nostra disposizione.

Solo che spesso li utilizziamo…
un po’ ad minchiam, per usare un termine tecnico.

La vera moneta oggi è la nostra attenzione

Oggi la vera moneta di scambio non è solo l’euro o la banconota.

È la nostra attenzione.

La nostra concentrazione.

E riprendersi tutto questo non è semplicemente importante.

È vitale.

Per la salute mentale,
per l’equilibrio emotivo,
per la qualità della vita,
per le relazioni,
per la nostra dimensione esistenziale e spirituale.

E c’è stato un periodo della mia vita in cui le statistiche del mio cellulare segnavano tra le 7 e le 8 ore di utilizzo al giorno.

Di cui circa 4 ore sui social.

L’altra sera ho fatto un conto semplice.

La media mondiale di utilizzo dello smartphone è circa 4 ore al giorno.

Sai quante ore sono in un anno?

Circa 1500 ore.

E sai cosa significa?

60 giorni.

Circa due mesi di vita.

Buttati.
Spariti.
Senza lasciare quasi nessuna traccia.

Ed è pazzesco perché Seneca lo diceva già 2.000 anni fa:

Non è tanto che la vita sia breve,
è che non sappiamo utilizzarla.

La dipendenza da smartphone è reale

E infatti io non la stavo utilizzando bene.

Perché:

  • dovevo sempre avere il cellulare a vista d’occhio
  • non riuscivo a stare in bagno senza telefono
  • ogni dieci minuti facevo il giro delle quattro parrocchie digitali: Instagram, Facebook, email, WhatsApp.

E attenzione.

Quando si parla di dipendenze, non si parla solo di droghe, alcol o fumo.

Secondo diversi studi recenti, una persona controlla lo smartphone tra le 80 e le 150 volte al giorno.

E spesso non per necessità.

Ma per impulso automatico.

Quindi ti faccio una domanda semplice.

Quali impulsi inconsapevoli stanno guidando la tua vita?

Come ho ridotto il tempo sui social da 4 ore a 20 minuti

In questo articolo voglio condividere in modo semplice e pratico ciò che ha funzionato per me.

Sono passato da 4 ore al giorno di smartphone
a circa 20 minuti al giorno.

Ogni tanto 40 minuti, lo ammetto.

Ora, una premessa importante.

Se senti che l’uso dello smartphone diventa patologico o debilitante, non prenderlo sotto gamba: chiedere aiuto a professionisti sanitari è sempre una scelta saggia.

Ma nella maggior parte dei casi esistono due strade per uscire da questa dipendenza.

Due strade per uscire dalla dipendenza da cellulare

La prima strada è trovare trucchetti per limitare l’uso:

  • disinstallare le app
  • mettere password
  • usare dispositivi di blocco.

Sono strategie utili, certo.

Ma spesso non risolvono il problema all’origine.

Anzi, rischiano di farci passare semplicemente da una dipendenza all’altra.

Platone avrebbe chiamato questo approccio la medicina degli schiavi: ti rimette in piedi solo per tornare operativo.

La seconda strada è diversa.

È entrare più in profondità.

Coltivare quella che Platone chiamerebbe la medicina degli uomini liberi.

Ovvero sviluppare una consapevolezza tale da riconoscere le cause che generano quella sofferenza.

Ed è proprio questo il percorso che voglio condividere.

Altrimenti è un po’ come farsi la doccia e poi rimettersi le mutande sporche.

Il problema non sono i social

Chiariamo una cosa.

I social non sono il demonio.

Sono utili.
Interessanti.
Divertenti.

Ma se non usati con intelligenza possono diventare un vero buco nero.

Perché lo smartphone non ruba solo tempo.

Infiamma la mente.

Frammenta l’attenzione.

Disperde l’energia mentale.

E così finiamo per costruire una sorta di carcere mentale, dentro cui restiamo intrappolati.

La lezione sorprendente del carcere

A proposito di carcere.

Qualche settimana fa abbiamo portato la meditazione in carcere per una settimana.

È stato molto toccante.

Diversi detenuti hanno condiviso una cosa paradossale.

Lì dentro, in qualche modo, hanno riscoperto la libertà.

Perché non sono più legati ai social.
Non sono più legati al telefono.

E questo ha permesso loro di guardarsi dentro.

Di ripensare alla propria vita.

I tre livelli per liberarsi dalla dipendenza da smartphone

Prima di entrare nei tre livelli pratici, serve una premessa.

Per fare questo viaggio servono alcuni ingredienti:

  • pazienza
  • fiducia
  • gentilezza verso sé stessi
  • e soprattutto consapevolezza

La consapevolezza è la capacità di essere presenti nell’esatto momento in cui qualcosa accade.

E ora veniamo alla pratica.

Come sono passato da 4 ore a 20 minuti al giorno?

Ho lavorato su tre livelli.

1. Comprendere cosa stai davvero compensando

Il primo passo è stato capire che c’era un aspetto della mia vita che chiedeva attenzione.

E ignorarlo avrebbe generato ulteriore sofferenza, per me e per gli altri.

Questa consapevolezza ha generato la motivazione al cambiamento.

Quindi ti faccio alcune domande.

C’è un aspetto della tua vita dove vuoi portare più cura?

E nel ripetere quel comportamento digitale:

  • cosa stai evitando?
  • cosa stai compensando?
  • cosa stai soffocando dentro di te?

Dopamina e social: cosa succede nel cervello

Dietro queste dipendenze non ci sono solo cause psicologiche.

Ci sono anche meccanismi biologici.

Hai presente la dopamina?

È un neurotrasmettitore legato alla motivazione, al piacere e alla spinta ad agire.

Nel cervello esiste una sorta di livello basale di dopamina.

Questo livello si adatta continuamente agli stimoli che riceviamo.

Se bombardiamo il cervello con stimoli rapidi e intensi — scroll infinito, notifiche, video brevi, porno, junk food — il cervello alza continuamente la soglia.

Il risultato?

Quando la dopamina cala diventiamo come tossicodipendenti in cerca della dose.

E succede un’altra cosa interessante.

Se la soglia è troppo alta, le esperienze lente e profonde non bastano più.

Meditazione.
Lettura.
Cose semplici.

Diventano noiose.

È come bere sempre bibite zuccherate:
dopo un po’ l’acqua sembra insapore.

Non perché lo sia.

Ma perché ci siamo abituati all’eccesso.

2. Applicare consapevolezza ogni volta che prendi il telefono

Il secondo livello è applicare consapevolezza.

Non mi sono detto:

Non devo usare il cellulare.

Perché ogni volta che ci avevo provato non aveva funzionato.

Mi sono detto invece:

Voglio accorgermi ogni volta che lo uso.

Il maestro Thich Nhat Hanh racconta che nei monasteri c’è una campanella che suona più volte al giorno.

Quando suona, tutti si fermano per tornare presenti.

Allora mi sono chiesto:

E se la mia campanella fosse il gesto di prendere in mano il telefono?

Così ho iniziato a fare questo.

Ogni volta che prendo il cellulare mi chiedo:

  • Perché lo sto facendo?
  • Che effetto genera in me questa azione?
  • Cosa sto cercando di evitare?

L’obiettivo non è tanto la risposta.

L’obiettivo è:

  • rendersi conto di aver preso il telefono
  • interrompere il pilota automatico

3. Sostituire il comportamento

Il terzo livello è la sostituzione.

Il cervello odia perdere.

Odia togliere.

Accetta molto meglio sostituire.

È come nella scena di Indiana Jones.

Quando prende la reliquia non la porta via e basta.

La sostituisce con un peso simile.

Altrimenti scatta l’allarme.

Con il cellulare succede la stessa cosa.

Se dici:

non lo userò più

prima o poi il sistema crolla.

La vera domanda è:

con cosa lo sostituisco?

Per me è stato:

  • fermarmi un minuto
  • respirare
  • ascoltare il corpo
  • leggere
  • scrivere.

Cosa succede quando recuperi il tuo tempo

Questo cambiamento mi ha liberato un’enorme quantità di energia creativa.

Il tempo che prima passavo sul telefono l’ho dedicato alla scrittura.

E così ho scritto un libro.

E sto scrivendo il secondo.

Nel frattempo faccio incontri, dirette, progetti.

Gestisco un team.

E ho una vita normale fatta di impegni, scadenze e responsabilità.

Come tutti.

Il cambiamento non è lineare

Arrivati qui è importante ricordare una cosa.

Il cambiamento non è lineare.

Cadrai.

Molte volte.

È normale.

Nel libro “Chi si ferma si ritrova” uso spesso questo esempio.

Parti dal punto A.

Capisci che qualcosa non va.

Agisci.

All’inizio sali al punto B.

Poi inevitabilmente cadi al punto C.

Ma se continui a ricordare perché hai iniziato, tornerai a salire.

E ogni caduta sarà comunque più in alto del punto di partenza.

Alla fine non si tratta di diventare diversi

Con il tempo impari a familiarizzare con:

  • la pazienza
  • la fiducia
  • l’osservazione di ciò che accade dentro di te.

Non per diventare qualcuno di diverso.

Ma per tornare a essere te stesso.

Con meno rumore.

Meno sovrastrutture.

Più presenza.

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