DDL Caccia: perché l’odio e la rabbia non sono la risposta | Luca Demian Gonzatto

Questa vignetta di Vauro Senesi mi fa sorridere da quando, a 17 anni, facevo volontariato alla LAV.

Guardandola ora mi rattrista perché il Senato ha approvato il DDL 1572, la cosiddetta “legge sparatutto”, e qualcosa in me si è stretto.

Non voglio entrare nei dettagli tecnici, ma una cosa la dico perché pare quasi una dittatura:

quando una legge prevede fino a 900 euro di multa per chi disturba una battuta di caccia, non per chi spara fuori stagione, per chi protesta, qualcosa si è rotto nel rapporto tra uno Stato e i suoi cittadini.

La legge grazie al cielo non è ancora operante, deve passare alla Camera.

Ed è esattamente per questo che in questi giorni dobbiamo farci sentire. Ma dobbiamo farlo in un modo diverso. Meno reattivo. Più fermo. E ci arrivo.

Personalmente non riesco a capire come l’uccisione possa chiamarsi sport. Come la morte di qualcuno possa essere il passatempo di qualcun altro.

Potrei capirlo, forse, se fosse per sopravvivenza ma cribbio… siamo nel 2026.

La catena del freddo esiste. I supermercati anche. Non siamo più costretti a inseguire i mammut con una lancia di legno.

Eppure qualcuno torna a casa soddisfatto con qualcosa che prima respirava, aveva dei figli, e stava semplicemente vivendo la sua vita.

Me lo chiedo da trent’anni, senza ancora una risposta definitiva:

riusciremo mai a guarire l’origine di questa violenza?

Non questa violenza specifica. L’origine. Q

uella radice unica che poi si traduce in violenza verso gli animali, verso le donne, verso i bambini, verso chi è diverso, verso se stessi. È sempre la stessa radice. La stessa incapacità di sentire l’altro. Di riconoscere che anche lui trema, che anche lui ama la vita.

C’è un dato che mi ha cambiato la prospettiva per sempre.

Di tutti i mammiferi sulla Terra, leoni, orsi, lupi, cinghiali, tutto ciò che chiamiamo natura selvaggia, solo il 4% è ancora libero. Il 62% sono animali allevati. Il 34% siamo noi.

Stiamo approvando leggi per sparare anche a quel 4%.

Con tutta l’intelligenza che abbiamo. Con tutta la tecnologia, la creatività, la capacità di immaginare mondi diversi. Non riusciamo ancora a costruire un modo di esistere che non si regga sulla violenza verso gli altri esseri viventi.

Questo forse non per cattiveria ma per disconnessione.

Pensate a quanto ci fa male la violenza verso un cane o un gatto. La reazione è viscerale, immediata. Eppure la stessa violenza verso un cinghiale, una mucca, un maiale ci tocca molto meno.

Perché?

Non perché valgano meno. Ma perché non li conosciamo. Il cane dorme nel nostro letto, lo guardiamo negli occhi ogni mattina. Sentiamo quando ha paura, quando è felice, quando ci ama.

La mucca e il maiale li chiamiamo bistecca e prosciutto. Non li vediamo. Non li tocchiamo. E quello che non vediamo non riusciamo a difendere.

La soluzione non è portare i cinghiali in casa. È imparare a uscire davvero a incontrare il mondo.

E non scrivo tutto questo con rabbia.

La rabbia l’ho consumata tutta a 17 anni, in quelle nottate di volontariato dove ho capito che l’essere umano a volte fa cose che non si spiegano. Da allora ho imparato, a fatica e con molte ricadute, che l’odio verso chi fa certe scelte non cambia niente. Che reagire con violenza alla violenza non estirpa nulla. Aggiunge solo altro carbone al fuoco.

Il Buddha lo diceva con un’immagine che non ho mai dimenticato: trattenere la rabbia è come stringere in mano un carbone ardente con l’intenzione di tirarlo a qualcuno. Sei tu quello che si brucia.

Questo non significa stare fermi.

Significa scegliere da dove ci si muove.

C’è un abisso tra agire dalla consapevolezza e agire dall’odio.

Quello che so è che la compassione non è debolezza. Non è approvazione. Non è arrendersi. È la forma più esigente e più rara di fermezza che esista.

Perché richiede di guardare anche chi fa del male e chiedersi: cosa non ha visto? Cosa non gli è stato dato di vedere?

Continuerò a fare del mio meglio per non alimentare il problema. Con gentilezza. Con fermezza.

Senza smettere di agire, nelle scelte quotidiane, nel modo in cui mi nutro, nel modo in cui mi rapporto agli altri, nelle piazze, nelle petizioni, in tutto quello che posso fare.

Ma cercando ogni giorno, con fatica, di agire mosso dalla consapevolezza e non dall’odio.

Perché solo così, credo, si pianta qualcosa che dura.

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2 risposte

  1. Grazie Luca, hai espresso pienamente il mio pensiero. Il tuo è più profondo, ed esprime nonostante tutto tanto amore

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