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(Diario) Quando i cancelli del carcere si aprono al non-giudizio e alla meditazione | Luca Gonzatto

Portare la meditazione e la consapevolezza in un carcere, nei luoghi di fragilità, per me significa arrivare al vero senso della pratica.

Non diventare migliori, ma tornare umani. Esseri Umani nel modo più concreto possibile:

restare presenti quando qualcosa dentro si chiude, quando nasce diffidenza, quando la mente vorrebbe semplificare tutto in “giusto” e “sbagliato” per sentirsi al sicuro.

Esseri umani capaci di stare davanti alla sofferenza senza voltarsi, di ascoltare senza catalogare, di non ridurre una persona al gesto peggiore che ha compiuto…

e allo stesso tempo accorgerci di quanto velocemente anche noi riduciamo noi stessi ai nostri errori, alle nostre paure, alle nostre etichette.

In questi giorni sono in carcere insieme a Daniel Lumera e Thomas Torelli, Nico Caiazza, Manuela Zavan, Sara Veloce e Loredana Brignoli per condividere pratiche di presenza, ascolto e responsabilità: non per spiegare qualcosa a qualcuno, ma per creare uno spazio in cui, per qualche momento, nessuno deve difendersi.

Questo un breve diario della mia seconda esperienza in carcere:

Aggiornamento 4: cosa stai difendendo?

Ascoltando le storie dei detenuti, il pensiero più ricorrente è quello di non aver capito molto della vita.

Non entro in ciò che hanno fatto né nel motivo per cui sono lì. 

Quello che mi riempie di stupore è vedere come alcuni hanno saputo trasformare quello che hanno dovuti attraversare in un motore di crescita.

Ed è buffo perché abbiamo un’idea precisa di come dovrebbe presentarsi un maestro…

composto, rassicurante, magari con le parole giuste al momento giusto.

Poi ti trovi davanti a un omone enorme, braccia piene di tatuaggi, mascella serrata e capisci che anche lui è un grande maestro.

Hai presente quelle persone che ti fissano, quelle che guardano ogni cosa con uno sguardo d’aquila senza mai chiudere le palpebre?

Ecco, questo detenuto un giorno, dopo una pratica, ha iniziato a condividere quello che sentiva.

Ha passato quattro anni a sbattere contro la rabbia. A sfogare questa rabbia in mille modi, tra cui il pestaggio.

Fuori, diceva, era un tribunale continuo. Sguardi, aspettative, confronto. Doveva essere forte, doveva essere all’altezza, doveva reggere.

E quando ti senti sempre “valutato”, la mente fa una cosa semplice: stringe. Si irrigidisce. Si prepara a difendersi.

La rabbia, per lui, non era solo rabbia. Era un’armatura. Era il modo più rapido per non sentire vergogna, impotenza, paura.

Nel carcere, invece, nello stare isolato, dentro la sua rabbia, nel suo senso di impotenza, ha imparato a convivere con quello che sentiva. 

Non perché il carcere sia un posto leggero, non voglio renderlo romantico, ma perché crolla una cosa che fuori ci consuma: la recita. Nessuno da impressionare. Nessuna immagine da tenere in piedi o reputazione da difendere.

Ma anzi, poteva finalmente sbagliare ed è ripartito imparando a fare tatuaggi, coltivando la sua passione per il pugilato. Rendendosi disponibile per tagliare i capelli. Cosa che aveva imparato lì.

E io, mentre lo ascoltavo, mi sono fatto una domanda: 

quanta parte della nostra fatica quotidiana non viene dai problemi… ma dal dover difendere una maschera?

Perché il personaggio non lo difendiamo solo davanti agli altri. A lungo andare quel personaggio lo scambiamo per identità.

Ti imponi di essere sempre coerente, sempre controllato, sempre competente, sempre “a posto”. E quando non lo sei, scatta il panico.

E perché non iniziare a fare questo lavoro di destrutturazione prima di diventare troppo pesanti?

Iniziamo quindi a sentire, ad osservare cosa ci muove. A chiederci: questo che sto facendo viene da me o dal personaggio che ho costruito? 

È mio o è della maschera? E cosa può accadere di così grave se lo lascio andare?

Aggiornamento 3: Quando il carcere ti insegna la libertà

🎧 ASCOLTA DA QUI >

Cos’è la libertà?

Essere in una cella ma saper abitare il proprio respiro, 

oppure essere fuori ma intrappolati nelle proprie gabbie mentali, nelle abitudini, nel bisogno continuo di distrarsi… magari nel proprio cellulare?

In questi giorni, parlando con i detenuti, è diventato chiaro, lampante, quanto il nostro concetto di libertà sia spesso fuorviante.

Perché fuori pensiamo che libertà significhi poter fare tutto, scegliere sempre, riempire ogni vuoto, mangiare l’anguria a dicembre.

E invece, tante volte, è proprio lì che cadiamo come un sacco di patate: 

nell’impulso, nell’automatismo, nella reazione.

Qui dentro sto conoscendo e abbracciando persone che, con pochi metri, sentono di avere tutto.

Certo, per qualcuno è frustrante, dilaniante. 

Ma poi arriva un momento in cui, a forza di stare lì a girare come una tigre in gabbia, o impazzisci o cambi prospettiva.

Cosa scegli?

Con cosa stai familiarizzando ogni giorno?

È proprio di questo cambio di prospettiva di cui abbiamo bisogno…

saper abitare ogni momento della nostra vita con piena presenza, anche se non lo vogliamo, anche mentre siamo nel luogo di lavoro che odiamo. Anche quando stiamo vivendo qualcosa che vogliano evitare.

Perché forse la libertà non è dove ti trovi,
ma quanto spazio sai creare dentro di te, 

tra ciò che accade… e la tua risposta.

Iniziamo da un respiro.

Aggiornamento 2: Il punto in cui il giudizio smette di proteggerti

🎧 ASCOLTA DA QUI >

Mai come in questi contesti si comprende il valore del non giudizio.

Perché il primo impatto, entrando, è stato forte:

il luogo, le sbarre di ferro che si chiudono alle spalle, gli sguardi dei detenuti.

Ma forte è stato anche il rifiuto di ciò che sentivo: la diffidenza, la paura e il giudizio.

C’è stato un punto in cui ho sentito chiaramente che, finché non mi permettevo di andare un passo oltre quel mio sentire, non potevo comprendere il dono di essere lì con i detenuti e con gli altri volontari.

Perché, quando ti spingi un pochino oltre ciò che provi, ti accorgi che dietro alle tue paure c’è tanto altro…

Ci sono altre prospettive, ci sono fragilità, c’è un’infinità di fattori che hanno portato questi detenuti a nutrire semi di violenza anziché di comprensione.

Questo non giustifica nulla, ma rende umano tutto.

Il non giudizio nella pratica quotidiana non significa essere buonisti,

ma accorgerci che più mettiamo distanza tra noi e gli altri (o tra noi e ciò che proviamo), più quella distanza ci pesa. Ci schiaccia. Fa paura.

Ma provaci: quando senti quella resistenza dentro di te, prova semplicemente a chiederti: “Che cosa sto proteggendo in me in questo momento?”

Questa, per me, è la consapevolezza: vivere ogni cosa, anche la più scomoda, con un filino di gentilezza e accoglienza in più.

Aggiornamento 1: L’ingresso

Quando entri in un carcere non sai mai cosa puoi trovare.

Hai paura di incontrare sguardi che non vorresti sostenere, di sentire odori che vorresti lasciarti scivolare addosso. Hai paura che quella sofferenza si attacchi dentro di te.

È la seconda volta, e ogni volta l’ingresso ha la stessa sensazione: il rumore metallico dei cancelli che si chiudono alle spalle non è solo un suono, è qualcosa che senti nello stomaco.

Ti ricorda che, da quel momento, non puoi uscire quando vuoi.

Questa volta, anziché rifiutare, mi sono dato la possibilità di respirare tutto:

lasciarlo entrare senza riserve.

Ed è incredibile quanto equilibrio si può sperimentare in questo mollare la presa.

Poi arrivano loro.

Uno alla volta, a piccoli gruppi.

Passi pesanti, battute veloci per non far vedere l’imbarazzo, qualcuno evita lo sguardo, qualcuno ti fissa troppo a lungo. L’aria è piena di difesa, come se ognuno dovesse occupare subito il proprio spazio.

Mi accorgo che la prima cosa che faccio è cercare di capire chi ho davanti: quello più duro, quello più diffidente, quello che probabilmente non parlerà mai. La mente vuole etichettare in fretta per sentirsi al sicuro.

Poi succede qualcosa di semplice.

Ci sediamo e mi accorgo che non ci sono buoni e cattivi. Non c’è niente da dimostrare, nessun ruolo da sostenere. Solo respiri che entrano ed escono nella stessa stanza.

Perché in questi momenti ciò che conta non è la storia che ognuno porta,

ma lo spazio che si crea quando smettiamo di difenderci.

La pratica, alla fine, non serve a cambiare le persone davanti a noi.

Serve a vedere quanto velocemente chiudiamo il cuore per paura di sentire.

E lì capisci qualcosa di molto concreto: la libertà non nasce quando le condizioni sono giuste, ma quando smetti di respingere ciò che c’è.

A volte basta restare un respiro in più di quanto vorremmo per sperimentare quello stato di calma che tanto cerchiamo ovunque.

🐌 Cosa ti piacerebbe sapere di quest’esperienza in carcere? Ti leggo qui nei commenti

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2 risposte

  1. Le tue parole su questa esperienza meritano un’attenta riflessione,perché l’universo carcerario è di fatto un luogo a se, difficile da codificare e da comprendere, isolato non solo materialmente dal resto del mondo ,le barriere peggiori sono quelle dell’indifferenza e della distanza che si viene a creare con chi è dall’altra parte del muro .. purtroppo c’è la tendenza,come per altre questioni ,di fare di tutta l’erba un fascio ,spesso con giudizi arbitrari che non tengono in considerazione migliaia di storie di vita diverse..perché dentro ogni carcere ,c’è un flusso di esperienze personali che andrebbero indagate per poter comprendere la dimensione del dolore ..credo che quello che hai scritto possa essere condivisibile con chi riesce a porsi delle domande che vanno oltre al semplice giudizio personale,che per diverse ragioni,spesso legate alla cultura , all’ideologie ,limita la nostra percezione

  2. Che dire , è una esperienza molto forte, che non si può dimenticare mai! Non è facile trovare una persona che abbia voglia di fare qualcosa che possa essere un po’ migliore…

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